
Satira, umorismo e cazzeggi vari
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carognews
dalla cantina con amore
dalla rete
il piacere della scoperta
insuperabili
ipertesti caz
madsense
mm40
non disturbateci
oro incenso e mir co
seria mente
surfin usa
the best of
vignette
visitato *loading* volte
Un bacio è un bacio. Lo si sa.
In fronte o sulla guancia è casto.
Ma un moto che ti vien da dentro là
ti smuove svelto un battito a contrasto.
Un Sogno romanzato per ragazze:
farfalle che ti sbatton nell’attesa,
che fremon nello stomaco da pazze.
E se questo poi latita è un’offesa.
Le tecniche da annali sono note.
Però non sai i confini oltre i quali
diventano le cose meno immote.
E hai voglia a chieder lumi ai tuoi sodali.
“Tu bada a non commetter atti impuri”
recita mamma, o forse qualche testo
“Cammina dritta e stai rasente i muri
se vuoi evitar le noie d’un molesto”
Mi diede un bacio, sono innamorata.
Il mondo disvelò una piega rosa.
Ci rotolammo, ma non fu ammucchiata.
Giammai egli mi tolse qualche cosa.
Tramonto. Dei gabbiani pensierosi
volavano sul mare a far cornice,
i versi sussurrati e un po’ mielosi
a immaginar parole ch’egli dice …
E via con i romanzi appassionati.
Neppur quell’UDC li colse a fondo
quando cedette ai suoi bestiali fiati
sfociando dentro un sesso inverecondo.
Tradì la coerenza più bigotta
di chi professa Fede con Famiglia.
La carne mostrò debole a mignotta
e scatenò morali e un parapiglia.
Bastava solo dire una parola
per poi salir l’Olimpo degli Dei.
Qualcosa che coscienza ognor consola:
il rivelare al mondo che sei gay.
TERZO SFIGATO
Il cappéllo messo lì alle ventitré
proprio quéllo dei bei témpi di Marìna
Lo tenéva come fòsse una Regìna
perche lùi dei Sette Màri era il Ré.
Uno sguàrdo tra il beffàrdo e l’innocénte
un umòre sconquassàto dai maròsi
Passi lénti ondeggiànti, faticòsi
andatùra da vascéllo decadénte.
Se parlàndo accovacciàti sui gradìni
lo chiamàvi grande Ré dei Sette Màri
precisàva ch’era Ré dei Sottomàri
perche in guérra lui guidò i sottomarìni.
Gli piacéva bere il vìno con ardòre
e una vòlta sventolàndo il bottigliòne
col sorrìso di chi ha avùto una visiòne,
roca vòce disse: “L’è ‘sto che, l’amòre!”. (*)
Quando avéva il fuoco giùsto nelle véne
raccontàva come un bàrdo un po’ sgraziàto:
“Quella vòlta che da sòlo ho mitragliàto
cento càccia. E non stàvo neanche béne”.
La leggénda narra, invéro un poco ròzza,
che tornàndo dalla guérra al suo paeséllo
come chì si sente préso per zimbéèllo
disse trònfio: “Pota, mà cos’è ‘sta pòzza?”
Mezzi dì sostentamènto mica tànti,
due stanzétte dove andàrsi a riparàre,
la sorélla gli portàva da mangiàre,
con due lìre di pensiòne andava avànti.
S’ingegnàva pero pèr arrotondàr
E la vàsca dei giardìni ben pulìta
lui tenéva con la fìda calamìta.
E i soldìni li bevéva in qualche bàr.
Lo vedévi nelle nòtti dell’invérno
scivolàre tra la nébbia, negli andròni:
raccattàva le cassétte ed i cartòni
per bruciàrli in faccia al gélo ed al suo schèrno.
Noi d’estàte con gioviàli intemperànze
gli si andàva sotto càsa ad urla e fìschi.
Pur se nòtte, sopra un vécchio giradìschi
martellàva il vicinàto con romànze.
C’eran giòrni che giràva cupo e tétro
non vedéva, non sentìva, non parlàva.
tutt’al più con un grugnìto salutàva,
la sua vòce dura più che carta vétro.
Scosso a vòlte da frémiti inumàni
lo sentìvi che tuonàva da lontàno
impropéri contro il pòpolo italiàno
gridàndo: “Potènti ladròni italiàni!”
Lo chiamàvano Ganèla – va a sapére
perche mài se n’ebbe quésto soprannòme.
Nella crònaca sta scrìtto invece il còme
sulla Térra smise dì contàr le sére.
Un tegàme abbandonàto sul fornéllo,
una càppa non piu in gràdo di tiràre.
Soffocàto. Lui che a lùngo sotto il màre
navigò dentro al metàllico vascéllo.
Ogni tànto mi piacéva dargli còrda,
stare in gròppa ai suoi ricòrdi imbizzarrìti.
Ora giàci inconsisténte come i mìti,
vecchio Piéro, che nessùno ti ricòrda.
(*) “E’ questo l’amore”
SECONDO SFIGATO
Trent’anni di lavoro o poco più
Trent’anni Direttore Commerciale
di grande serietà professionale
specchiata ed impeccabile virtù.
Non so, nesuno sa cosa facesse
nelle ore non trascorse nell’azienda
Viveva come avvolto in una benda
e si teneva fuori dalle resse.
Soffriva – anche se non diceva niente –
di un ostico problema di pronuncia
per cui si impose più di una rinuncia.
E in fondo era soltanto balbuziente.
La gemte lo stimava un poco orso
non lo vedevan mai per strada o al bar.
Per giunta era imponente stile zar
Nessuno mai con lui avviò un discorso.
La ditta era di quelle di vernici
ed altri frutti d’alchimia moderna
Sognava però l’orso la caverna
e tempi un po’ più semplici e felici.
Passaron gli anni, i lustri, anche i decenni,
lui quasi ormai è muto come un pesce.
E zitto zitto un giorno se ne esce
dal mondo del lavoro - tutto a cenni.
Da allora tu lo vedi, estate e inverno,
calzoni alla zuava e camicione,
sotto la piopggia o con il solleone,
viandante lungo il flusso dell’eterno.
Il pullman prende presto la mattina
- centauro non fu mai, neppure autista,
nemmeno lo si vide mai ciclista –
poi scende a quel paese, là in collina.
Cammina svelto, lunghe le falcate
sebbene gli anni corrano al suo fianco:
lo sguardo, come il passo non è stanco,
quegli occhi che rincorrono le fate.
Raggiunge il suo maniero, la sua stalla,
glorioso gregge di vispe caprette.
Le mumge, le accarezza e poi le mette
in fila sul sentiero. E quasi balla.
Sta fuori tutto il giorno, solitario
nel vento, nella pioggia, con l’arsura.
Di nuovo finalmente si misura
col mondo vivo e non col suo sudario.
Non parla, solo versi gutturali,
segnali che travalican le ere,
un suono che conserva il suo potere
di unire gli elementi naturali.
C’è ancora? cosa fa? sta sempre bene?
Continua a pascolare le sue capre?
Oppure quando a volte il cielo s’apre
l’armento pasce ormai sopra Selene?
Penso e ripenso: come si chiamava?
Non lo ricordo – e quasi mi vergogno.
Sia stato tutto questo solo un sogno
di un cuore che di notte balbettava?
Mi sono un po’ sgiunfato i maroni di Prodi, Veltroni, PD, scaloni, pensioni … e temo di non essere il solo. Negli ultimi giorni ho recepito vecchi ricordi, storie di sfigati - e ne sono uscite delle quasi-ballate.
In controtendenza con la leggerezza estiva, ve le offro proprio nella fase più calda.
E lo chiamo ‘Il ciclo degli sfigati’.
PRIMO SFIGATO
Era ‘Ol Piero’, era nessuno, un fanciullone
corpulento col cervello da bambino.
Come l’alba sempiterna di un mattino
lui sognava il Grande Evento, l’Occasione.
La cercava nella terra, dentro ai buchi,
si calava nelle viscere con zelo:
una torcia da ciclope, un sacco a pelo,
là nel buio pareggiava conti e duchi.
“Io lo so che là sui colli, ben nascosta
c’è l’entrata della Grotta delle Grotte
che si perde dove il giorno si fa notte.
Per sfuggirmi, io lo so che lei si sposta.
Non è una, ma son cento le caverne
collegate da cunicoli e pertugi:
son servite per millenni da rifugi
per sfuggire alle invasioni d’orde esterne.
Io lo so che c’è quel posto, son convinto
Serve solo un po’ di soldi e di pazienza
ma alla fine nella Storia e nella Scienza
il mio nome splenderà d’oro dipinto.”
Anno su anno, senza posa, con tenacia
lui s’intrufola dovunque trova un buco.
Per gli amici ed i parenti è solo un ciuco,
lui se trova un nuovo ingresso se lo bacia.
Quasi quasi vive ormai come una talpa,
poco manca che si cibi di radici.
Sottoterra vive spasimi felici.
Sogna. E i sogni son la nave su cui salpa.
Una vita spesa per una caverna,
per lasciare il proprio nome nella Storia.
Alla fine ebbe il suo buco senza gloria:
ben due metri coltivati a pace eterna.
Ora Ol Piero è la che vaga non so dove
con la sua lanterna accesa notte e dì:
sorridente narra a tutti che scoprì
quella Grotta … ma non ha lasciato prove!
S’è abbattuta l’afasia sulla tastiera
Fisso i tasti che mi guardano beffardi:
“Datti pace, per te ormai s’è fatto tardi:
qualche estate, poi sarà subito sera!”.
Maledetti, chi vi dà questa licenza?
Voi parlate e la tastiera resta muta!
Chi è la serpe ancorchè bifida, cornuta
che vorrebbe già ridurmi al’ipotenza?
Lo so io quel che ho già fatto e che farò:
ho in procinto la stesura di un romanzo
dopo il quale stenderò da vero ganzo
una gnocca meglio di Licia Colò.
Fonderò un nuovo partito e sarò il leader:
vinceremo le elezioni e lo scudetto.
Sposerò la vincitrice a ‘Miss Culetto’,
trionferò sugli scrittori che fan rider.
Cenerò soltanto con pane e cicoria
innaffiato con un fiasco di idromele.
Avrò un fisico più asciutto delle chele
d’aragosta e avrò una splendida memoria.
I capelli torneranno a bazzicare
sul mio cuoio detto un tempo capelluto.
La mia pelle sarà un velo di velluto
e avrò l’alito di un bimbo da allattare.
Sarà come una seconda primavera,
già lo sento! quali fremiti! all’attacco!
E poiché non voglio prenderlo nel sacco
sai che faccio? sostituisco la tastiere!
Aspetto che si plachi la tempesta
Ormòni che fan lé montagne rùsse
Minaccio di ricorrere alle busse
ma quelli non abbassano la cresta.
A me queste emozioni mi fan male
c’ho mica più l’età dei primi amori
Son qui che sto vedendo già gli albori
di quéll’eta non pròprio verginale.
Ma ditemi se posso tollerare
l’erotica tensione che promana
al mìnimo una vòlta a settimàna
dal fatto che il Governo può cascare.
Non sòno un Tarzan, ìo, non ho la Cìta
per stare dietro a queste evoluzioni:
in tùtte quante ormài le votazioni
c’è il brìvido del sénatore a vìta.
E’ come la roulette, ma quella russa:
o c’hai le coronarie con le p***e
o è méglio andare a càccia di farfalle
‘Sta lòtteria, la vìta un po’ mi smùssa.
Capisco sì l’ebbrezza, la suspense,
sapere, non sapere come andrà.
Però, cosa volete, alla mia età
non règgo niente più che Gretel e Hàns.
A volte mi ritrovo a dubitare
che sia soltanto tutta una commedia:
c’è chi pensa che il popolo si tedia
e che bisogna farlo fibrillare.
Così t’han messo in piedi il tormentone
che oggi è forse il dì che Prodi casca.
E invece te lo pigli nella tasca
perché dribblato han pure lo scalone.
Persino Dario Argento è sotto shock
- lui délle coronarie vero killer:
regìsta di quest’ìnfernale thriller
è niéntemeno ché Roman Hitchcòck!
Noi italiani stiamo esportando
nei paesi integralisti
la democrazia delle pari opportunità
le mine antiuomo e le mine antidonna
O, ma la piantiamo con ‘sta svolta
che nasce ormai su base quotidiana,
a me lo stomaco un pelo si rivolta,
non pesca all’amo manco una puttana?
La pianti alfin quel prode sobbollito
di dir vittorie in loco di sconfitte,
di finger polso, quando è rammollito,
mentre alla sedia pone palafitte.
Sorse una svolta, posa orizzontale:
da sin a des, invece che nord- sud.
Evento che ai più suona d’epocale:
un cambio di giuridico good mood.
Che toghe poi non vestan sempre rosso
s’accorsero un bel dì nel Tribunale
(attenti sono al loro ciuffo scosso).
Sino ad allora al red non fu rivale
Pugnale dietro, da creduti amici,
quella Forleo, sappiamo s’è fascista?
Prima si stava saldi e pur felici
e poi c’arriva il botto da una svista.
BERLaltro è reo, recita il Travaglio
dall’alto dei suoi codici imparziali.
E lui giammai commise qualche sbaglio.
Tu leggi di Santoro i lunghi annali.
Baffino savio, ricco di cervello,
sorpreso fu con misere mutande.
Con Condy finse d’essere un modello
mentre su Luna Rossa si cazzavan rande.
Di grandi visions egli si distinse
pochi compreser, sono loro stolti,
su mappe dei confini lui dipinse.
E tacquero quegli euro, un po’ sconvolti.
Propose un’amicizia con Hamas,
un valzer pure con i Talebani,
non disdegnò i bei deschi d’altri ras.
E bacchettate prese sulle mani.
Su Max, di rosso ognuno spera,
sebbene coi togati or non conviene.
Domani sarà un’altra bella sera,
forse il Bollito ancora il trono tiene.
Stai lì stai qua, appoggi un candidato,
atteggi la boccuccia da sapiente.
Fra i Grandi è tempo che non sei invitato,
ma fervida rimane la tua mente.
I mari sembran mossi.
S’avvistan cavalloni.
Non sono più i togati amici rossi.
Invero c’è di peggio: è Veltroni
Peggio per noi, arriva un’altra svolta.
Dell’aria fresca venduta come oro,
Decalogo che il mondo capovolta.
Sono basita e il capo mi decoro.
La nuova svolta è una novità.
Con dei concetti sì profondi annego
e ammiro che Veltroni ha l’umiltà
di costruir castelli con il Lego.
Mi piace scorrazzare con la mente
nei prati verdi dell’adolescenza
Si bruca l’erba dell’impertinenza
e la ricchezza del nullatenente.
La voglia di beffare chi non crede
che il muro di Berlino è sì caduto
ma solo per far posto a un tristo imbuto
che nelle fogne immette sogni e fede.
L’istinto di sputare addosso fiele
- ma no, questa ti viene con l’età
(“quella che choaman la maturità”),
l’adolescente è ancora latte e miele.
La gioia di sentire potenziale
qualsiasi verbo che ti sferzi l’aria.
L’idea che tutto ciò che muta e varia
ti impregna della sua energia vitale.
Di scatto salti su dalla poltrona
mulinellando col telecomando
Ti scagli come un giovin Marlon Brando
che se becca la Taylor non perdona.
E proprio in quel momento avverti un ‘crack!’:
ti blocchi in istantaea ma di marmo,
sperando nel disgelo o nel disarmo.
E l’unico a fuggire è ancora Bach.
Breve l’estate, canta la cicala
Starnazzano i gabbiani come oche
Tra poco avremo in casa anche le foche
E già il pinguino il fresco ci regala.
A Roma non bastavan gli immigrati
ad impestare l’aria coi lor suoni
a renderci un po’ tutti meno buoni,
noi che non siam razzisti ma razziati.
Piccioni che scagazzano dal cielo
Gabbiani che ti straziano la notte
Il negro che la donna ti si fotte
I gialli che ci copiano anche il pelo.
Ma ditemi, che fine noi faremo
che fummo i discendenti dei Romani
ridotti al rango di lillipuziani
non più degmi di Romol ma di Remo?
Che mai direbbe Cesare, il sor Giulio,
imperator da Oriente fino a Occaso,
vedendoci turisti e pur per caso
nei luoghi che a lui davano il peculio?
Che mai di noi direbbe il sor Benito
vedendo tanti negri e pochi neri
lui che sognava i fasti degli imperi
credendo che la luna fosse il dito?
Ed ora eccoci qua, un filino obesi
però votati a fitness e palestra,
più colti ma un tantino più di Destra.
E schiavi di pastiglie e di cosmesi.
C’abbiamo anche il benessere: in contanti,
in case e investimenti ben divisi.
Futuri d’abbonzanda e già decisi:
serviti e riveriti da badanti.
‘Sti stronzi che c’appestano le strade,
ci vendono le rose e gli accendini
nel mentre ci ingozziam come tacchini.
A noi, la razza eletta – ma nell’Ade.
VECCHIO TESTAMENTO
E Dio, il sesto giorno
creò prima Adamo e poi Eva
Da qui il famoso detto:
prima il dovere e poi il piacere
NUOVO TESTAMENTO
E Dio, il sesto giorno
creò l’uomo e gli diede la parola
Poi creò la donna e le diede l’ultima
parola
TESTAMENTO BIOLOGICO
L’uomo e la donna sono due esseri
diversi
E le differenze, bisogna riconoscerlo
sono palpabili
ANSA – PRIMA PAGINA / ore 19
PENSIONI - FASSINO: L’ACCORDO C’E’. RIFONDAZIONE: NON CI RISULTA.
Mi sovviene una vecchia filastrocca scatologica che si salmodiava da bimbi:
“Piero Piero l’è ‘ndat a fa l’erba
l’ha ‘npienit le braghe de merda”.
Se serve la traduzione, telefonatemi.
Si parla sempre meno dell’Iràq
perché l’Afghanistàn è più di moda.
Il talebano c’ha una fama soda,
Bin Laden tira ancora nelle FAQ.
Il fatto è che quei là son dei bastardi
che campan coltivando l’eroina (*).
La smercian per mandare alla rovina
la nostra gioventù. E fan su miliardi.
I ‘nostri’ – il Karzai coi suoi fedeli –
invece mica c’entran con la droga;
sarà che i loro ometti con la toga
un po’ cantano l’Inno di Mameli.
Imfatti il ministero di Giustizia
gliel’ha tirato in piedi il Mastellone:
nel loro dizionario ‘corruzione’
se ce lo trovi è proprio una notizia.
Son proprio come noi, son brava gente:
si sbattono pochino sul lavoro,
si fanno un po’ la guerra tra di loro
e fanno soldi in modo impertinente.
E’ proprio come il nostro Parlamento,
comunque lo si dica in quella lingua;
non c’è Sinistra o Destra che distingua:
è tutto un sopraffino magnamento.
I talebani mistici e devoti
con l’oppio fanno strage sulla Terra,
in lotta coi signori della guerra
che invece lottan solo per gli iloti.
E noi, l’ocidentale civiltà,
che siamo andati lì per dargli pace,
a volte li arrostiamo sulla brace
donando quiete per l’eternità.
Là gente ha in quel Paese un culo enorme:
crepare può per mano talebana,
locale, occidentale e un po’ cristiana.
Per questo che tra due cuscini dorme.
Il vuoto nella testa è pneumatico
L’assenza di pensiero è palpabile
Stato emotivo da psicolabile
Tempi di reazione sull’asmatico.
In queste condizioni affronto il mondo
e incontro Valterino per la strada
Non so che cosa faccia, dove vada
ma è bello nel faccione suo rotondo.
La giacca e la cravatta un po’ così
non proprio l’eleganza di Rutelli
un fare un po’ all’Eulalia Torricelli
sebbene lui non venga da Forlì.
Ha quasi un po’ quell’aria da dimesso
per quanto non sia stato mai malato
E’ quello che di tutto il vicinato
a tutto fa pensare fuor che al sesso.
Del padre buono è l’egida perfetta
inteso anche nel senso missionario.
Pensatelo su un vecchio sillabario:
tonaca bianca e un filo di pancetta.
E’ buono, è la bontà fatta persona
amico di chiunque gli sia amico
Ma tu non ricordargli il Mozambico:
per quanto lui sia un Dio, non ti perdona.
E’ di un sensibile da far paura
capace che se investono un gattino
dichiara all’ANSA il nostro Valterino:
“Io stesso officerò la sepoltura”
Tempista come pochi a esser presente
ovunque ci sia un caso appena umano
è pronto a dar sostegno anche a un marziano
purchè risulti in foto trasparete.
Volete essere amici di Veltroni?
Chiamatelo se c’è da inaugurare,
se c’è qualche bambino da baciare
1. ma solo se ci son televisioni.
2. ma non gli fate ombra sui coglioni
3. purchè nessuno faccia paragoni
4. purchè sia chiaro chi porta i calzoni
5. purchè ci siano in ballo le elezioni
…. PROSEGUIRE A PIACERE
Mi concedete un attimo di vanagloria? Ieri, 15 luglio, alla Rocca dei Papi di Montefiascone, si è svolta la premiazione del
1° Concorso letterario Roccarea
organizzato dall’ Associazione culturale Staff.
Erano previste tre sezioni:
1. poesie
2. racconti e saggi
3. libri editi
Con lo spataffio che trovate qui sotto (già apparso nel sito tempo fa in edizione non molto diversa) ho vinto il primo premio della seconda sezione.
Vanagloria, ho scritto: i concorrenti erano quattro gatti …..
…. ma fa sempre piacere, dai – meglio che andare dal dentista.
Il Commissario Carletto Brambilla detto Cicianebbia e i delitti del 567
567 colpi di temperimo, inferti con la precisione di un malato di Parkinson in preda a delirium tremens. Il cadavere non aveva un aspetto tanto florido, a mollo in due pozze di sangue rappreso: una del diametro di 53 cm; l’altra ne misurava 56,7. Il commissario Carletto Brambilla detto Cicianebbia - per via delle sue origini meneghine - trascrisse meticolosamente la seconda cifra sul suo taccuino: da tempo annotava i record relativi a vari aspetti della sua professione. Una volta in pensione, li avrebbe raccolti e pubblicati in una sorta di ‘Guinness dei primati polizieschi’. Ignorava che non sarebbe mai giunto a quel mitico stadio della vita umana: sarebbe morto precocemente, stroncato da un’overdose di noccioline americane speziate e cocacola, durante un appostamento notturno. (Glielo anticipo qui per puro sadismo)
Difficile intuire l’identità del cadavere, per via dell’efferato tagliuzzamento; ma il commissario Brambilla non ebbe dubbi: era una donna, come recitava la carta d’identità trovata nella borsetta lì accanto. ‘Segni particolari’ – lesse – ‘Una profonda cicatrice sul mento’. Un destino.
Le note di ‘Gianni il bassotto, che poliziotto’ (la sua mitica suoneria) lo trafissero mentre, a casa, era assorto nella contemplazione del suo tesoro: una collezione mondiale di francobolli dedicati ai più grandi detectives della storia. “Commissario, corra subito in via dei Ciclamini, al 123: è stato commesso un altro efferato omicidio”. Quando chiamavano lui, sbuffò mentalmente, gli omicidi non erano mai serafici o anche solo banali.
In effetti, la donna non era conciata molto bene: l’assassino l’aveva sminuzzata, disossata e ficcata in un tritacarne da macelleria. Sul tavolo della cucina giacevano allineate in 20 file da 28 + 1 da 7 ben 567 polpettine (crude, constatò perplesso). “Questa volta la Scientifica – pensò malignamente - avrà seri problemi a stabilire se c’è stata violenza carnale”.
Che fosse una donna non c’erano dubbi: l’assassino, con molta professionalità, le aveva tolto lo scalpo biondo, lasciato poi lì in bella vista. Era di quelli, pensò il commissario Brambilla, che non sopportano di trovare capelli nelle polpette.
“567 … stesso numero del delitto precedente … particolare interessante” annotò di passaggio.
Nei due giorni successivi, non accadde nulla degno di rilievo, salvo l’inizio della terza serie televisiva di ‘Orgoglio’. Imperdibile, per Carletto detto Cicianebbia.
Si era circa a metà della seconda puntata, quando il vibracall del cellulare fece tremare la scrivania dove l’aveva depositato. Per un paio di secondi sperò fosse il vibratore della moglie; poi, il senso del dovere gli comunicò che cercavano proprio lui.
Un altro (cristo, ci voleva l’apostrofo?) omicidio?! Nemmeno gli orari di servizio, rispettavano! Imprecando come un allenatore di calcio prossimo all’esonero, si recò sul luogo del – manco a dirlo – efferato delitto, in via Paolo Fabbri, 43. La donna presentava un lungo squarcio dal mento al basso ventre: i due labbri della ferita erano stati ben divaricati con lo scotch da pacchi trasparente e all’interno le avevano ficcato 567 baci Perugina. Ne scartò uno: dalla patina bianca depositata sul cioccolato dedusse – argutamente – che il delitto era stato premeditato da tempo. Compiaciuto della sua arguzia, si ficcò distrattamente in bocca il cioccolatino bernoccoluto – ma non erano più i Baci di un tempo.
La causa della morte l’avrebbe stabilita la scientifica. Particolare inquietante: nessun bacio Perugina era stato inserito dove te lo saresti aspettato.
Sul sesso della vittima, anche questa volta non c’erano dubbi: l’assassino le aveva ficcato in bocca la carta d’identità. Della vittima, dico.
Ancora una volta 567; ancora una volta una donna; ancora una volta una tecnica tutta particolare. Brambilla cominciò a sospettare un qualche collegamento fra i tre omicidi.
Leggere le avventure di Sherlock Holmes adagiato sulla tazza del cesso era ciò che lo faceva star meglio quando si trovava al commissariato. Gli lubrificava le giunture tra sinapsi e neuroni. Proprio per questo non tollerava di essere interrotto; men che meno dalla stridula voce di Ciccio Mezzasalma, il suo vice. Nonché aspirante a soffiargli il posto: bastava che il commissario si installasse sulla tazza e recuperasse il punto dove la sua lettura si era interrotta nella seduta precedente, perché subito Mezzasalma – detto Cada’ – sentisse l’impellenza di imitarlo. “Spirito di emulazione” dicevano i colleghi. “Rompicoglioni” tagliava corto Brambilla.
Quella volta, però, Cada’ non sollecitava lo sgombero del bagno: “Ciciane’, hai da corre in via dei Matti, al numero zero ….”.
“Un altro efferato delitto (ma ‘sto apostrofo, ci voleva o no …?)!” uscì strozzato dalla gola dell’ormai rassegnato commissario. Lui che non era un cultore della fase anale (ne ignorava persino l’esistenza), era spesso costretto a trattenere le feci e leggere a strapponi gli episodi del suo Sherlock.
La scena dell’efferato delitto era di quelle che tolgono l’appetito anche a un Bistecone Galeazzi: su di un bancone frigorifero da macelleria stavano esposti in bell’ordine, meticolosamente recisi o sezionati, gli organi interni e le membra di un corpo umano. Lo colpirono in particolare le tette: come tutti i maschi italiani, era un mammone. Il sangue era stato raccolto in scurissime bottiglie da vino: “Sta’ a vedere che non sopporta la vista del sangue, il signorino”, cogitò il Carletto.
“La Scientifica ha già scartato l’ipotesi del suicidio” disse con tono grave Cada’. “La Scientifica farebbe meglio a scartare caramelle” ribatté scocciato il Commissario, come sempre quando qualcuno lo precedeva in qualche arguta conclusione.
Poi, un dubbio lancinante contribuì a rimettergli in moto il processo bruscamente interrotto dalla chiamata di Cada’: “Qualcuno ha contato i pezzi esposti? No, non dirmelo: 567!” gemette in preda ad atroci spasmi intestinali.
Corse al gabinetto - un brivido lo trafisse mentre adagiava le sue, là dove avevano giaciuto un tempo le chiappe che ora facevano bella mostra di sè nel bancone frigorifero. Conseguita la fase di plateau (qualsiasi cosa significasse), una verità gli si impose inappellabile: circolava per le strade della sua città un pericoloso psicopatico, devoto del numero 567 e della pratica di ridurre a mal partito le sue vittime.
“BASTARDO, CHI SEI?” urlò dentro di sé, con tale veemenza che i timpani si proiettarono all’esterno. Poi, come 2 più 2 fa 4 e come oggi fa caldo, la verità si fece strada nella Porta Portese del suo cervello sempre in fermento. Una sola persona poteva aver architettato omicidi così raffinati, legati fra loro da una sottile trama diabolica.
Una sola persona, dotata di una cultura mostruosa, spaziante da Orietta Berti a Francesco Guccini, passando per Sergio Endrigo.
Una sola persona ….. una persona sola, un serial killer che agiva in modo incongruo, quasi beffardo …. Un comical killer!
Distrutto, tornò a casa. Sedette, soprapensiero, a contemplare la sua collezione di francobolli; come un automa, iniziò a contarli: 567. Ancora quel numero, porca malora!
Andò allo scaffale della libreria dove teneva gelosamente conservati i volumi di Sherlock Holmes, in edizioni diverse, alcune molto vecchie. Un impulso irrefrenabile lo spinse a contarli, con la mano che vibrava come la voce di Albano all’ultimo Festival di Sanremo: 567!
Brividi lungo la schiena; formicolio di cellule cerebrali, crampi alle meningi.
Si trascinò allo scaffale dei suoi amati LP, dove, tra gli altri, stavano dischi della Berti, di Guccini, di Endrigo. Un rapido conteggio: 567!
Il tarlo del dubbio si insinuò nel suo cervello. Crollò sulla poltrona e lo lasciò lavorare così a fondo, che dopo un paio d’ore gli usciva la segatura dalle orecchie. Infine, la lucida consapevolezza e l’altrettanto spietata decisione. Corse in bagno, aprì l’armadietto dei farmaci, ne tolse tutte le confezioni. Contò 567 fra pillole, pastiglie, compresse e cerotti; inghiottì tutto a manciate, senza preoccuparsi di leggere le date di scadenza.
In quel preciso istante la pendola del soggiorno cominciò a battere le ore: 567 tocchi.
Nel frattempo, il quasi ex commissario Carletto Brambilla detto Cicianebbia rifletteva … riandava all’infanzia … alle cattive suore dell’asilo che lo costringevano a mangiare polpette schifose e gli sequestravano invece i baci Perugina … all’asilo … al numero civico dell’asilo: 567! … alla prostituta che l’aveva violentato a soli 13 anni (lei) …. la mamma che insisteva a volergli sminuzzare la bistecca nel piatto quando aveva 30 anni (lui) ….. e ....
Saranno stati i cerotti acquistati dal solito venditore porta-a-porta oppure i farmaci scaduti; fatto sta che la morte lo colse fulminea, senza spasmi. Nemmeno cerebrali. Nemmeno il tempo di ricordarsi che, l’anno prima, aveva prestato a quel bastardo del brigadiere Strambi due Lp di Little Tony e che tre attempate edizioni di opere di Sherlock erano dal rilegatore.
Cada’, piante le lagrime che aveva da piangere, il dubbio gli venne: 567 mutandine col pizzo, teneva nel comò il povero Cicianebbia. Ma quante cazzo volte se le cambiava, in una settimana?!
Non ebbe la curiosità di contare né i francobolli né i libri né i dischi.
Del resto, lo sapevano tutti che lui non contava niente.
Preti pedofili: indennizzo record!
Circa 660 milioni, dicasi milioni
di dollari
dovranno essere versati dall’arcidiocesi di Los Angeles
a 508 vittime dei preti pedofili
Alla lettura della sentenza
gli avvocati sono esplosi in un giustificato
grido di gioia:
- Glielo abbiamo messo in quel posto!
Artista con impatto poco estetico,
mestiere senza dubbio creativo
che nulla lascia dietro all’ipotetico
(si dice che sia pure molto schivo).
Sussurri su leggende inenarrabili
di ciò che l’ispirò in quel momento.
Sospiri e di visioni memorabili …
si legge fra le righe il suo tormento.
Sommo Maestro, i tempi lui precorre
che le opere lo dicon sottinteso,
il suo verismo la poesia l’aborre,
ad un messaggio implicito è proteso
Guarda i colori e leggi tutto un mondo,
lo scatto che trafuga dentro il corpo,
scorgi un’umanità a tutto tondo
e ammira il tratto vero finto sporco.
Ci leggi riferimenti molto colti
un’avanguardia che non sai mai cogliere.
Lo so, a disdegnarsi sono in molti.
Ma questo è il bello, nulla v’è da togliere.
Tu guarda la mutanda come è presa,
mi pare d’un verismo sorprendente,
leggiadra la sua arte senza offesa,
profondo pare il vezzo impertinente.
Da proiettare come un Documento,
se credi io lo chiamo Reportage.
Altissimo ed indubbio il suo cimento.
PR su, facciamo un vernissage.
Lo spirito moderno cita il Moma,
il titolo sui gay fa largo ascolto.
E Sgarbi scuota brusco la sua chioma,
richiamo attira il popolo sconvolto.
Niente a che far col porno o con il trash,
vinciamo sulla plebe bigottona.
Qui sì che l’arte merita dei flash.
Dai Pacs ai Dico dai Dico…
ai Cus
(Contratti di Unione Solidale)
In attesa di una legge che regolarizzi la loro convivenza
le coppie di fatto in Italia devono convivere con queste sigle
E’ stato il senatore del centrosinistra Cesare Salvi
a presentare il nuovo testo di legge siglato Cus
che, ha precisato il senatore
nel caso di una coppia italo-araba
si chiamerà Cus Cus
Siamo in mano ai centenari
che puntellano il governo
e registrano i binari
con un ingobbito sterno.
Dipendiamo dal lor fiato,
dalle mummie deambulanti
che frequentano il Senato
con bastoni e dei badanti.
Giovinezza, dove sei?
Si fan patti per un nuovo,
gli scaloni non son miei
e poi Giulio mi ritrovo?
Le barelle accorron folte
per tenere in vita il pirla,
e l’aiutan pur le sciolte:
vanno al cesso per finirla.
Se s’assentan per il cuore
che non regge al ritmo folle,
se una pillola il dolore
poi lui rende meno molle.
Siamo preda di esterofili
che begando come matti
superaron sabbie mobili
senza brogli né misfatti.
E proclamami primarie,
dimmi pur le novità.
Tanto strade secondarie
Divin Giulio seguirà.
Presto su, con l’ambulanza!
Che domani è presto sera,
superiamo la mattanza.
Un Romano sol ci spera.
I 45 hanno emesso le regole
che saranno la base del nuovo Partito.
Di grande potere l’elettore è investito:
fan loro la casa, tu metti le tegole.
E dato che il popolo è pur sempre un po’ bue
gli han confezionato un pacchettino speciale:
l’uomo, la lista, il segretario regionale.
Un vero e proprio “prendi tre e paghi due.”
Un po’ come al mercato quand’ero fanciullo
l’imbonitore berciava: “E ci metto pure
due piatti, un nettacessi e un set da pedicure!”.
Ma il popolo a quei tempi, certo, era più grullo.